Vi facciamo conoscere Dj Myke

Innanzitutto chi è Dj Myke e come mai hai scelto questo nome d’arte?
Il nome d’arte, o street name, non si sceglie: ti viene dato da qualcuno. Io mi chiamo Marco Micheloni e Myke era il mio soprannome/diminutivo (del cognome) a scuola. “Micionero” è il nome di mia mamma quando ero piccolo, diceva che ero scostante come un micio nero! Poscritto: conosco anche chi si è auto-dato il nome, e calo un velo pietoso su ciò.

Come è stato il tuo primo approccio al mondo hip hop?
Strano. Ho iniziato a fare il DJ, mettevo techno, deetroit, elettronica ,hardcore, poi ho conosciuto lo scratch – che comunque facevo sulla techno – in un contest di DJ dove conobbi DJ Aladyn, che mi fece scoprire la radice dello scratch, la provenienza e la storia, l’hip hop.

Qual è stata la prima canzone rap che hai ascoltato?
“Natural Born Killaz” di DRE e ICE CUBE!

Cosa ti ha spinto verso il mondo della produzione?
Sono figlio di uno scultore, che era figlio di un pittore e pronipote di un musicista. Metterci “le mani” fa parte del mio DNA familiare.

Siccome hai vissuto il mondo rap negli anni ’90, ci piacerebbe sapere come si viveva il rap in quei anni.
In realtà ho scoperto l’hip hop verso la fine degli anni ’90, diciamo che non ho fatto una lunga gavetta, nel senso che da quando ho conosciuto il mondo dell’hip hop a quando sono diventato campione italiano DMC (la gara più importante per i DJs)è passato pochissimo tempo, e sono entrato a far parte quasi da subito della cosiddetta “scena italiana”. Le cose, quando non diventano “normalità”, si vivono come una festa continua. Ricordo solo che c’era tanta, tanta voglia di fare.

Adesso con i social e internet, per un ragazzo è relativamente più facile emergere. Sei d’accordo con questa affermazione?
No. È uno specchietto, o meglio oggi SI CREDE che sia più facile, ma te la faccio breve: per quanto il mondo e  la comunicazione si tramutino, una legge sarà sempre valida, se non ti sbatti (anche sui selfie) non concludi una mazza. Quindi se volete concludere qualcosa, sbattetevi.

Negli anni ’90 e primi 2000 un artista cosa doveva fare per farsi notare?
Spaccare nel suo, senza mezzi termini, senza edulcoranti o campagne Instagram. Se dicevi di fare il DJ, l’unico modo per farsi notare era fare le gare ufficiali, altro che balletti in cameretta con un mixer da 2000 euro… Lì ti allenavi un anno, facevi 500km per andare e rischiavi pure di prendere mazzate. Così facendo, il livello però era molto più alto, difatti i DJ dei primi 2000 ancora fanno scuola nel turntablism di tutto il mondo. Oggi si sentono arrivati con 4 like e due condivisioni. Tempi moderni…

Hai prodotto tanti singoli per svariati artisti, a quale progetto sei più legato e perché?
Dono legato a tutti i miei progetti e a nessuno dei miei progetti. Ho messo l’anima ed il corpo in questi anni con tutti i miei lavori e tutti i miei collaboratori. Ho capito che la dedizione e l’attaccamento alla propria arte e alle proprie idee spaventa le persone, quindi mi sono abituato a distaccarmi. Per me è il viaggio quello che conta: una volta arrivati a destinazione, per me è finita lì. Sono molto legato ai miei lavori nel momento in cui li concepisco, poi sono di chiunque voglia farli propri.   

Cosa pensi di questo cambiamento nel rap? Dai suoni alle basi, ai contenuti dei testi.
I cambiamenti sono fondamentali, ma non noto molto cambiamento nelle cose che hai detto. Da noi, in Italia (noto terzo mondo della musica elettronica) è stato semplicemente un riciclo, quasi cover band.
Quale sarebbe la novità, la trap? Io sono un DJ ed anche molto puntiglioso, conosco la storia della musica elettronica mondiale… oppure parli delle cosidette “hit estive”? Cioè, sempre qualcosa di reggaeton o cmq con ritmi latini…? Sappiate che ‘sto mood c’è dagli anni 80! Il cambiamento musicale italiano è come quello politico con Salvini: secondo me, chi vede cambiamento ha un problema percettivo e culturale.

Cosa consiglieresti ad un giovane che si sta avvicinando al mondo della produzione e scratch? 
Informatevi e non fatevi prendere per il culo.

Secondo te, qual è stato il vero cambiamento nel rap game italiano?
Quando nel 2005 è approdato Fabri Fibra in major, un vero rapper nel vero mercato discografico.

Un singolo old school che pensi tutti debbano ascoltare una volta nella vita?
Non ci sono singoli old o new: c’è la musica che spacca e quella che spacca i coglioni.
Direi… “Don’t belive da hype” dei Public Enemy.

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